La nuvola, la corazzata Potemkin, i congiuntivi sbagliati, la mitica Bianchina, la canotta bianca. E poi Pina, Mariangela, Filini, la signorina Silvani. Ugo Fantozzi non è solo il ragioniere creato dalla penna geniale di Paolo Villaggio, ma è anche un personaggio che ha avuto un fortissimo impatto sulla cultura italiana. La nostra lingua è ricca di riferimenti alle sue gag, ai suoi tormentoni. E proprio, partendo dal successo del mitico ragioniere protagonista di dieci film campioni di incassi, Elisabetta Villaggio ha voluto dedicare un libro al padre, “Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita (vera) di Paolo Villaggio”, edito da Baldini+Castoldi. Un viaggio nella carriera del grandissimo attore genovese scomparso nel luglio del 2017 a 84 anni.

Come nasce l’idea del libro?

«Da tempo mi chiedevano di Fantozzi: dov’è stata girata questa scena, com’è nata quella gag? Domande a cui spesso non sapevo rispondere neanche io. Poi due anni fa, quando la pandemia era ancora in Cina, ho deciso di lasciare una sorta di memoria storica. Nel libro parlo esclusivamente dei film di Fantozzi, perché era una creatura di mio padre, il suo terzo figlio. Ho intervistato Neri Parenti, Fabio Frizzi che ha curato le musiche dei primi due e dell’ultimo. E Clemente Ukmar, la sua controfigura, e Stella Battista, la sua sarta».

Differenze tra l’uomo e l’artista?

«Erano molto diversi, ma su alcuni aspetti simili. Era una persona impacciata, con molto poca manualità che dava vita a cose buffe che potevano ricordare Fantozzi. Di contro, tutti e due avevano una grande tenacia. Mio padre non si è mai fermato un attimo, ha sempre guardato avanti. Come anche Fantozzi: ha preso botte in testa, è stato deriso da tutti ma non ha mai mollato il colpo».

Essere figlia di Paolo Villaggio: che esperienza è stata?

«Non posso fare paragoni perché di padre ho avuto quello (ride). Quando lui è diventato famoso io ero piccola, ero ancora alle elementari, e un po’ mi infastidivano i fotografi a casa, le persone che lo fermavano per strada, le feste dei bambini in cui per gli altri genitori ero sempre la figlia di Villaggio e mai Elisabetta. Allo stesso tempo ho avuto la possibilità di incontrare persone interessanti, intelligenti, curiose. E di viaggiare tanto: era la sua grande passione».

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Nel 1992 Leone d’oro alla carriera, una decisione coraggiosa di Gillo Pontecorvo. Come reagì suo padre?

«Il Leone non gli ha cambiato la vita ma lo ha alzato di grado verso la critica ufficiale. Ai tempi stava girando un film con Ermanno Olmi, “Il segreto del bosco vecchio”. Fu lo stesso regista ad annunciarglielo, ma siccome mio padre stava interpretando il colonnello Procolo che aveva un taglio di capelli particolare Olmi lo ammonì: “io ti do il permesso di andare a Venezia, ma nessuno deve vedere i tuoi capelli”. E per non svelare nulla del film mio padre si presentò con un cappello buffo presente in tutte le foto».

Il Leone è stata la consacrazione di una grande carriera tra Olmi, Fellini, Monicelli e Wertmüller: lei quando capì che suo padre era diventato un grande attore?

«Lui era un intrattenitore nato, ha sempre amato parlare davanti agli altri, fare le gag. E già nel 1974, al di là delle commedie, fece un film drammatico con Nanni Loy, “Sistemo l’America e torno”. Insomma, per dimostrare di essere un grande attore non dovette aspettare Olmi, Fellini o Wertmüller».

Un episodio di Fantozzi che ancora oggi la fa ridere?

«La partita di tennis del “batti lei”, che tra l’altro è stata la prima scena girata di “Fantozzi”: l’ho scoperto scrivendo il libro. E poi penso a tutte quelle entrate nel linguaggio comune: da “quant’è umano lei” alla corazzata Potemkin, alla nuvoletta».

Suo padre si è mai sentito prigioniero del personaggio di Fantozzi?

«Lui parlava sempre della morte, anche in modo ironico. Diceva: “quando morirò sulla tomba scriveranno Ugo Fantozzi, tanto mi ricorderanno solo per quello”. Ma sinceramente non si è mai sentito imprigionato nel personaggio. Anche perché ha avuto modo di fare tanti film con grandi registi».

Qualche film che suo padre si pentì di avere girato?

«Qualcuno tirato giù con la mano sinistra sicuramente c’è stato, ma non li ha mai nominati, anche per educazione nei confronti delle persone con cui li aveva fatti».

Paolo Villaggio e la Sardegna: le vacanze a Porto Rotondo, il signor Robinson a Cala Luna con Zeudi Araya. Lei che ricordi ha di quell’epoca?

«La Sardegna è un posto meraviglioso: altro che Caraibi e Polinesia. Ai tempi del signor Robinson ero al liceo, ma girammo in estate e io feci l’aiuto costumista. Cala Gonone era da rimanere senza fiato».

A un certo punto suo padre tradì la Sardegna per la Corsica e prese casa a Bonifacio.

«Andare in Sardegna voleva dire finire su Novella 2000. I vip erano diventati una forma di attrazione. Io ricordo il primo Porto Rotondo, che posto magico: c’erano solo lo Sporting, la chiesa e la piazzetta di Ceroli. Poi negli anni era cambiato tantissimo e mio padre scelse la Corsica. Il vecchio borgo di Bonifacio aveva mantenuto una sua identità perché non si poteva costruire. A lui ricordava la Liguria della sua giovinezza».

Renato Pozzetto, di casa alla Maddalena, ha raccontato alla Nuova che vi sentivate via radio e poi vi incontravate in mare.

«Vero. Con mio padre erano molto amici. Si erano conosciuti a “Quelli della domenica” in tv. C’era anche Cochi e allora erano tutti e tre sconosciuti. Spesso venivano a pranzo a casa nostra e ogni volta mio padre chiedeva a me e mio fratello: “è più simpatico Cochi o Renato?”. E noi: “Cochi”. E Renato faceva finta di struggersi (ride)».

Un altro grande amico di suo padre era Fabrizio De André.

«Una fortissima amicizia. Si conoscevano da quando erano piccoli perché erano già amici i loro genitori. A Genova si frequentavano tantissimo, poi noi ci siamo trasferiti a Roma, Fabrizio a Milano, ma ogni volta che passava per Roma veniva a trovarci. Inoltre, insieme a mio padre ha scritto “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”».

Paolo Villaggio è stato un uomo libero: si è chiesta come avrebbe reagito alle restrizioni della pandemia?

«Lui era uno spirito libero, senza catene e senza freni. Sicuramente chiuderlo in casa gli avrebbe pesato, ma avrebbe trovato il lato ironico. E soprattutto si sarebbe vaccinato subito».

Un erede di Paolo Villaggio?

«Forse Zerocalcare, ci pensavo l’altro giorno dopo avere visto la sua serie su Netflix: una trovata geniale Sia lui che mio padre vengono dalla scrittura, uno da un fumetto l’altro da un libro. Entrambi raccontano le vicende di un 30-40enne della propria epoca che ha difficoltà a inserirsi nella società ma non demorde. E tutti e due hanno un lato romantico».
 

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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