Scrivere è da sempre la sua passione. Da quando era una giovanissima liceale a Sassari amava buttare giù i suoi pensieri su un diario. Pensieri che poi, qualche anno dopo, fece leggere a Domenico Modugno e diventarono “La lontananza”, uno dei più grandi successi di mister Volare. Enrica Bonaccorti non ha mai abbandonato la passione per la scrittura. E ora è appena tornata in libreria con un nuovo romanzo, il quarto della sua carriera, “Condominio, addio”, seguito di “Il condominio” del 2019, sempre edito da Baldini+Castoldi.

Condominio, addio. Cico si trasferisce al Grand hotel. Cosa l’ha spinta a continuare le avventure di questo giovane rampollo dalle nobili origini?
«Tanti lettori hanno amato Cico, tutti mi dicevano: “e adesso che dopo lo scoppio ha lasciato il Condominio cosa gli succederà?”. E mi chiedevano il seguito. Ma anche la casa editrice Baldini+Castoldi aveva la stessa idea. Sono grata e onorata che una donna come Elisabetta Sgarbi creda in me scrittrice».

Lei dice: Cico è un sano portatore di allegria. C’è bisogno oggi di personaggi come lui?
«Tanto, perché senza perdere di vista la realtà, dobbiamo dare alla mente altri orizzonti, alleggerirla per dare lucidità ai pensieri e luce alla speranza».

Cico è protagonista ma anche narratore: com’è stato mettersi nei panni di un uomo?
«Non me ne sono neanche accorta. Ma da quando me lo chiedete, me lo chiedo anch’io! Mi devo preoccupare?».

Cico utilizza un linguaggio molto accurato che ricorda anche quello della autrice: quanto contano le parole per lei?
«Moltissimo. Le parole pesano come pietre, e come le pietre possono costruire o lapidare. Bisognerebbe maneggiarle con cura invece di maltrattarle come si fa oggi. Abbiamo una lingua bellissima e ricchissima di sfumature, ma tutto sta diventando piatto e sciatto, senza rilievo. Se si elimina il chiaroscuro, non è detto che resti lo scuro… poi non si legge più niente».

“Avevo la colpa di essere educato”, dice Cico. Aveva ragione Franca Valeri quando sosteneva che oggi “la vera rivoluzione la fanno gli educati”?
«Franca Valeri aveva ragione sempre, a prescindere! Anche in questo caso, e soprattutto in questo mondo».

Nella sua vita ha incontrato qualche Cico?
«C’è qualcosa di un paio di amici, c’è qualcosa di me».

Cosa significa scrivere per Enrica Bonaccorti?
«È un’esigenza, una liberazione, una soddisfazione quando mi rileggo. Perché confesso che quel che ritrovo mi piace e mi sorprende, e mi dà gioia pensare di poterlo condividere con tanti altri».

La tv è la sua casa da più di 40 anni, ma non ha – come Cico – la colpa di essere troppo educata per quella di oggi?
«E ho anche un tono di voce basso, non squillante! A volte è difficile intervenire, ma gli animi vanno calmati. La civiltà deve tornare a essere un valore imprescindibile, non dobbiamo accettare sfoghi persino maneschi come quello di Will Smith agli Oscar o la zuffa Mughini-Sgarbi al Costanzo show. Ma dovrebbero smettere anche certe esagerazioni nei talk-show, danno un pessimo esempio, e poi non si capisce niente».

La sua popolarità arrivò con Pronto chi gioca?: come fu sostituire Raffaella Carrà?
«L’ho conosciuta non quanto avrei voluto, ma ogni volta, in pubblico o in privato, è stata splendida. Io le devo molto, aver preso il suo posto mi ha lasciato per sempre addosso un suo riflesso, in senso figurato un po’ delle sue paillettes…».

Il 25 maggio ricorre il centenario della nascita di Enrico Berlinguer, con cui avete condiviso il liceo, l’Azuni di Sassari. L’ha conosciuto? Lo votava?
«Purtroppo mai conosciuto, dei cugini quando ero a Sassari e ora Bianca, la figlia, che incontro sul lavoro. Se l’avessi incontrato probabilmente sarei rimasta muta dall’emozione, lo apprezzavo e lo votavo, e lo voterei tuttora in qualsiasi carica. Di lui mi fiderei. Ora che ci penso, Berlinguer non era un marchese come Cico?»

Ogni intervista si conclude con la stessa domanda: quando la rivedremo a Sassari?
«A zent’anni, mì!».

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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