Un’azione parallela di settori della magistratura e mafia ha portato alla morte di Giovanni Falcone. Claudio Martelli lo dice da quando il magistrato, simbolo della lotta alla Cupola, fu fatto saltare in aria con la moglie e gli uomini della scorta. E trent’anni dopo l’ex ministro della Giustizia lo ribadisce in un libro, “Vita e persecuzione di Giovanni Falcone”, edizioni La Nave di Teseo, che uscirà il 23 maggio, proprio il giorno del trentennale della strage di Capaci.

Vita e persecuzione: partiamo dal titolo?

«Perché fu proprio così: vita e persecuzione».

Quando conobbe Falcone?

«Lo volli conoscere nel 1987 quando mi candidai alle politiche a Palermo. I compagni siciliani mi vollero in lista per dare un’idea di rinnovamento. E la prima persona che volli incontrare, in una terra così difficile e complicata, fu proprio lui».

La prima domanda?

«Ai tempi ero primo firmatario del referendum sul caso Tortora, sulla responsabilità civile dei magistrati. E da garantista quale ero – e quale sono tuttora – gli chiesi subito cosa ne pensasse. E feci una bella scoperta: anche Falcone era garantista. Ma io insistetti sui rischi di questi processi con una massa di imputati. Lui mi assicurò che di errori non ne avrebbero mai fatti. “È nostro dovere – mi disse – esaminare caso per caso, sapendo che ci sono responsabilità individuali ma ora esiste anche la associazione di stampo mafioso”».

Poi le spiegò cosa è la mafia.

«Da milanese ne avevo una immagine un po’ stereotipata, gli spiegai che trovavo assurdo che il capo, Totò Riina, fosse uno che nelle foto segnaletiche sembrava un contadinotto. A quel punto Falcone mi fece una vera e propria lezione sulla mafia. Come era avvenuta la scalata di Riina, ma soprattutto mi spiegò che era un’organizzazione paramilitare, con soldati comandati da un boss. Contavano 5mila soldati armati: un esercito. Poi mi parlò della organizzazione: la base è la famiglia, ci sono i mandamenti, la commissione provinciale che a sua volta elegge il vertice, la Cupola. Più o meno come un partito. O lo Stato».

La mafia non è l’anti Stato?

«No, è lo Stato parallelo, diceva Falcone. Non c’è scontro, a meno che lo Stato non le impedisca di farsi gli affari suoi. La mafia interpreta una cultura siciliana profonda. Lui era palermitano ma sapeva guardare la Sicilia con occhi disincantati e aveva il coraggio di dire la verità. La mafia non era un cancro sorto all’improvviso in un organismo, ma era l’organismo stesso».

Un mese dopo l’attentato – e poche settimane prima di essere assassinato anche lui dalla mafia – Paolo Borsellino disse che Stato e magistratura iniziarono a fare morire Falcone nel gennaio 1988. Aveva ragione?

«È una verità totale che va decrittata con molta cura. Borsellino non era un magistrato d’assalto, era uno rigorosissimo. “La magistratura ha più colpe di tutti”. Lo spiega nelle righe dopo quello che intendeva dire. Con le loro scelte il Csm e la Cassazione non avevano bocciato Falcone, ma lo avevano degradato. Di fatto, lui era già il capo ufficio istruzione, Caponnetto era in pensione e i colleghi erano d’accordo perché era il più bravo, aveva un rispetto universale. Era riuscito per la prima volta a smitizzare la mafia…».

Invece, gli fu preferito Meli.

«Anziché fargli i complimenti cosa fanno i colleghi del Csm? Lo degradano, gli tolgono il comando e al suo posto nominano uno che di mafia non capiva nulla ma nelle lotte della magistratura era specializzato. Viene eletto con il mandato di non fare lavorare Falcone, di fargli seguire processi insignificanti. Il vero obiettivo è smontare il maxi processo, la tesi di Falcone e di Buscetta, e cioè che la mafia è una organizzazione unitaria e gerarchica, e non un assieme topico di bande locali».

La reazione di Falcone?

«L’ho scoperto in questi ultimi anni leggendo libri e carte. Parlò con i pochi consiglieri che lo avevano votato, tra cui Vito D’Ambrosio, che gli disse: “coraggio, andrà meglio la prossima volta”. E lui: “non ci sarà una prossima volta, perché con il nuovo codice non c’è più l’ufficio istruzione. Volevano evitare che fossi l’ultimo capo e potessi fare importanti indagini. Mi avete crocefisso, inchiodato come un bersaglio”. A Fernanda Contri invece disse: “inevitabilmente alla delegittimazione che mi ha inflitto il Csm seguirà il tentativo di eliminarmi fisicamente. Avete capito che mi avete consegnato alla mafia che ora può eseguire la condanna a morte?”. La verità è che fu un’azione parallela tra Cosa nostra e certi settori della magistratura che volevano che le cose rimanessero così. Lo stesso schema si ripeté nei mesi prima di Capaci».

Racconti.

«Falcone lo avevo voluto al ministero come direttore degli Affari penali. Avevamo fatto già tante cose, leggi antimafia ma anche la riforma delle procure distrettuali antimafia e la procura nazionale. E quando Falcone si candidò a guidarla gli diedero del subordinato alla politica, del venduto al ministro Martelli. Insomma, dal 1988 al 1992 sono stati 4 anni di persecuzione».

Cosa è per lei il 23 maggio?

«Il giorno più brutto della mia vita. Un dolore straziante, un pugno al cuore. Odio per la mafia, ma anche sdegno per quella parte della magistratura – premetto che i miei migliori amici erano magistrati: Falcone, Borsellino, Ayala, Vigna – che lo hanno degradato e calunniato in tutti i modi. Gli stessi che oggi mi trovo a fianco nelle commemorazioni. Ho scritto questo libro per riportare la verità e per rispetto nei confronti di Giovanni».

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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