SASSARI. Finalmente fuori dal supermercato, tra le mani quel tubetto di bolle di sapone che non vede l’ora di soffiare. Inutile il pressing sui genitori: «Non puoi aprirlo dentro il negozio, prima dobbiamo pagare». Meno male, altrimenti il finale di questa storia sarebbe potuto essere diverso. Perché appena Claudio Cicalò, 5 anni, svita il tappo del tubetto, la forza dell’esplosione lo catapulta su un muro a qualche metro di distanza. Ha le manine e i polsi ustionati, la pancia pure: le schegge del tubetto si conficcano nella maglietta leggera, la scritta in plastica si scioglie e si appiccica alla pelle. Il dolore è fortissimo, lo choc ancora di più. È il 2 settembre del 2002, sono le 19.40, il parcheggio del supermercato Emmezeta a Pordenone si riempie in un amen di divise, elicotteri e ambulanze: Claudio viene immediatamente ricoverato in ospedale. Rispetto ad altri gli è andata bene, ma l’episodio alimenta ulteriormente la paura. Perché Claudio Cicalò, il piccolo sardo emigrato in Friuli con la sua famiglia, è la vittima più giovane di Unabomber, il bombarolo che in quegli anni semina il panico nel Nord Est e che ora ha deciso di prendere di mira i bambini piazzando l’esplosivo all’interno di oggetti innocui che attirano la loro attenzione: pastelli e pennarelli, ovetti kinder, stelle filanti e bolle di sapone. E nella confezione capitata per caso tra le mani di Claudio, Unabomber aveva inserito una quantità di esplosivo decisamente superiore rispetto ai suoi standard: l’obiettivo era fare male sul serio.

L’esplosione. Vent’anni dopo il ricordo è più vivo che mai. Claudio Cicalò ha 25 anni – li compirà tra un paio di settimane – e un obiettivo: diventare un carabiniere. «È un desiderio cresciuto dentro di me a partire da quel giorno, da quell’episodio, perché mi ha colpito il senso di umanità e il sostegno dimostrato dalle forze dell’ordine verso la mia famiglia e verso di me in particolare: sento di dover fare altrettanto». Il racconto ricomincia da quel tardo pomeriggio di inizio settembre, quando Claudio va a fare la spesa insieme alla mamma Monica, al papà Giuseppe, a una zia e a un cugino. Vivono tutti in zona, la famiglia Cicalò (originaria di Sassari e Sorso) si è trasferita in provincia di Pordenone per lavoro. «Ricordo che non vedevo l’ora di aprire la confezione di bolle di sapone – dice Claudio – per fortuna i miei mi hanno impedito di farlo alla cassa del supermercato… Appena fuori non ho perso tempo: ho svitato il tappo e immediatamente ho sentito il botto fortissimo. C’era mia madre accanto a me, mi ha tenuto per la schiena attutendo il volo verso il muro. Anche lei è rimasta ferita a una gamba, e così anche mia zia. Mio padre che camminava qualche metro davanti a noi, è stato raggiunto dalle schegge sulle spalle. Appena il tempo di capire cosa era accaduto e i soccorsi erano già arrivati. Perché – spiega Claudio – c’era allerta massima tra le forze dell’ordine su Unabomber, che aveva ripreso a colpire con una certa frequenza». Claudio arriva in ospedale «dove c’erano tanti giornalisti in attesa, macchine fotografiche ovunque. Ricordo che mi fecero passare per percorsi secondari o privati, posti segreti che sfuggivano agli occhi indiscreti». Claudio resta ricoverato per quasi una settimana, a ricordare quei giorni ci sono le foto con le bende sul pancino e sui polsi. Le cicatrici sul corpo sono scomparse col tempo, quelle non visibili pulsano ancora. Superare la paura non è stato semplice, soprattutto per i genitori di Claudio: «Io sono stato avvantaggiato dall’età, ho metabolizzato il trauma e non ho avuto strascichi, grazie anche al sostegno di una psicologa. Dopo tanti anni abbiamo ricevuto un indennizzo, una somma con cui a malapena siamo riusciti a coprire le spese affrontate. Ma quello che desideravamo di più non è accaduto: non siamo mai riusciti a sapere chi ci abbia causato questo dolore, perché Unabomber non è mai stato individuato e ha continuato a colpire, facendo del male anche ad altri bambini». Claudio ne ricorda in particolare una, di qualche anno più grande di lui: «Aveva raccolto un pennarello sulla riva di un fiume vicino a Treviso, le era esploso tra le mani: perse un paio di dita e rimase ferita gravemente agli occhi. Andai a trovarla e mi sentii molto fortunato rispetto a lei». Poi Unabomber arrivò alle candele, quelle che in chiesa accendevano soprattutto i bambini, come lui subdolamente sapeva: una bimba di un paese del Trevigiano, 6 anni, si salvò per miracolo dopo un lungo intervento chirurgico.

I progetti. Da qualche anno Claudio e i suoi genitori sono rientrati in Sardegna, a Sorso. Dopo il diploma all’Alberghiero Claudio ha deciso di provare a realizzare il sogno di entrare nell’Arma dei Carabinieri, per questo parteciperà al concorso. «Sono rimasto colpito da quello che fanno, non soltanto per la tutela della sicurezza delle persone ma anche nelle fasi successive. Quando si subisce un trauma, come accaduto a me e alla mia famiglia, è importante sentirsi protetti, messi al centro. A me è accaduto questo, ora vorrei sdebitarmi».

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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