Al telefono è come in tv. Quando inizia a parlare non vorresti più smettere di ascoltarla, perché la sua vita è uno scrigno di ricordi, aneddoti, incontri, successi. Interrompere Iva Zanicchi mentre si racconta sembra quasi un sacrilegio. Ottantadue anni, la signora della musica – e della televisione, dello spettacolo, della politica, e anche della narrativa, visto che è appena uscito il suo nuovo romanzo, “Un altro giorno verrà”, edito da Rizzoli – è un vulcano di grinta ed energia.

Sanremo, disco, tour, tv, ora il romanzo: qual è il prossimo obiettivo di Iva Zanicchi?

«Dice che ho esagerato un po’ (ride, ndr)? Finché Dio mi lascia questa vitalità, questa forza e soprattutto l’intelletto io faccio, vado. Adesso sono in ballo degli appuntamenti in tv, devo prendere decisioni importanti. Poi a luglio e agosto faccio una tournée con una band. Insomma, non ho nessuna intenzione di fermarmi».

Com’era da bambina?

«Ero timidissima. Lo so, non sembra ma è così. Ero piena di complessi, magra e le mie sorelle mi prendevano in giro. Meno male che c’era mia mamma che mi consolava. Ma ero anche un maschiaccio. Ai tempi i bambini non avevano niente, si giocava in strada da mattina a sera. Con mio fratello e gli amici giocavamo a fare la guerra. D’altronde, ne eravamo appena usciti…».

I suoi idoli musicali?

«Da bambina era molto difficile ascoltare la musica, non avevamo neanche la radio. Ma c’era mia madre che era una specie di juke box: aveva una voce bellissima, era un basso e cantava tutto il giorno romanze di Puccini e Verdi. Io, però, impazzivo per la radio e ogni giorno facevo 5-6 chilometri per andare a casa di una mia amica per ascoltare alle due del pomeriggio “Il discobolo”: è lì che ho sentito per la prima volta Sarah Vaughan, Edith Piaf, Ella Fitzgerald».

Lei è l’esempio che ai tempi si poteva non essere comunisti in Emilia Romagna.

«Vero, si poteva. Le donne della mia famiglia, anzi le donne in genere, andavano in chiesa. Allora i preti non erano comunisti…».

Allora?

«… (ride, ndr). Dicevano che se non votavi la Dc andavi all’inferno e venivi scomunicato. Le donne votavano tutte Dc. Gli uomini a sinistra, ma a casa mia non sono mai stati comunisti. I miei nonni erano uno socialista e l’altro socialdemocratico, uno per Nenni e l’altro per Saragat: quante litigate».

Non ha mai votato Pci?

«Mai. Ho votato socialista per fare contento mio papà. Da bambina leggevo la Domenica del corriere e rimasi impressionata da una copertina con il carro armato sovietico che entrava in Ungheria. Rimasi talmente colpita che diventai una anticomunista sfegatata. Anche se in realtà in Emilia eravamo un po’ alla Peppone e don Camillo: nella saletta buona di ogni casa in una parete c’era appeso Gesù, nell’altra Stalin».

Nel 1961 è in gara in un concorso per voci nuove, ci sono anche Orietta Berti e Gianni Morandi: che effetto le fa vedervi ancora oggi tutti in scena?

«Che annata, quella: era il Disco d’oro di Reggio Emilia. Vederci ancora fa una grande allegria, gioia, ma anche la consapevolezza che dopo sessant’anni abbiamo a che fare con artisti straordinari. Non solo noi, penso anche a Ornella Vanoni, Mina».

Lei era nella Ri-Fi, la stessa casa discografica di Mina. Le scocciava essere la seconda scelta?

«Non era sempre così, ma capitarono un paio di occasioni in cui speravo che Mina rifiutasse il brano. La prima fu quando il mio discografico mi disse: “ho una canzone, se non la fa Mina te la do”. Era “Un anno d’amore”. Un’altra volta invece rifiutò un brano, io ci speravo tanto ma era già stato assegnato a Petula Clark. Insomma, non è che prendessi gli scarti di Mina, ma lei è partita prima ed era già una grande star. Io l’ho sempre ammirata moltissimo».

In quegli anni lei è una delle voci più amate con Mina, Vanoni, Milva e Pravo. Tra voi c’era più amicizia o rivalità?

«Stimavo molto anche Ornella, Milva, Patty, ma non c’era amicizia. Non ci si frequentava. Ci vedevamo una volta all’anno a Sanremo o a Canzonissima. Era più facile fare amicizia con gli uomini: Nicola di Bari, Mino Reitano. Anche con Gianni Morandi con cui ho fatto un tour».

1967, prima vittoria a Sanremo. È l’anno del suicidio di Luigi Tenco: come visse quel tragico momento?

«Ero giovane, abitavo ancora a Ligonchio. Nel paese quando muore qualcuno è lutto per tutti. Quando la mattina sentii urlare nel corridoio dell’hotel fu un colpo al cuore. Entrai in camera, tirai giù il valigione e misi tutti i vestiti: ero certa che il festival sarebbe stato interrotto. Chiamai mia mamma e mi disse: “veniamo a prenderti”. Scesi nella hall per aspettarla e trovai il mio discografico: “cosa ci fa qui?”. “Vado a casa”. “Guarda che si è deciso di andare avanti”. Fu una mazzata, tornai in camera a disfare la valigia, ma ancora oggi penso che almeno per il giorno del funerale il festival andasse sospeso».

Nel 1971 l’incontro con Giuseppe Ungaretti.

«Venne a Salsomaggiore con Carlo Bo, l’avevo conosciuto poco tempo prima. Avevamo l’abitudine di prendere il the insieme. Quel giorno la regista decise di farmi registrare nel bosco. “Vengo anche io”, disse. Si è seduto sotto un albero e ha recitato tutta la canzone. Era un uomo molto vanitoso. Era già molto anziano ma sembrava un bambino dal cuore puro. Mi disse: “vedi Iva, non devi avere paura della morte. L’involucro invecchia, ma conta la mente”. Aveva ragione».

Fellini la voleva per il ruolo di Gradisca in “Amarcord”.

«Fu un incontro bellissimo. Il Maestro mi disse: “Iva, non ti faccio il provino, ma se hai la possibilità resta a Roma. In tre giorni capirò se il ruolo è per te”. Fu una gioia stare con lui: mi portò nel suo studio, alla sera – sempre con la moglie – alle feste, dove trovavi Alberto Sordi, cardinali, attrici. Io ero una ragazzotta di paese. Poi un giorno venne da me e si inginocchiò: “Zanicchina, tu non puoi essere Gradisca, perché non sei una ragazza caramella, hai questa aria così distinta”. E io: “Maestro, è il più bel complimento che potessi ricevere”».

Quando rivede le foto del servizio di Playboy cosa prova?

«Feci una stupidata, ma nessuno mi aveva obbligata. Il direttore era un mio amico e quella fu la fregatura. Mi disse: “scegliamo noi le foto e dopo l’uscita non le rivedrai mai più da nessuna parte”. Sei mesi dopo partii in tournée a Tokyo e in albergo mi fecero trovare una copia di Playboy giapponese con tutte le mie foto. Immagini che dispiacere».

Prima italiana a fare una tournée in Urss di 55 date: come conquistò i sovietici?

«Un funzionario mi vide a Sanremo e mi volle in Urss. Ad accompagnarmi fu uno del partito. E da anticomunista mi innamorai dell’Unione sovietica. Io lo dissi anche. E loro: “mi raccomando, in conferenza stampa devi dire che canti l’amore”. Invece, la prima cosa che mi uscì fu: “sono molto onorata di essere in questo grande Paese anche se non sono comunista”. Dal mio accompagnatore mi arrivò un calcio allo stinco. E aggiunsi: “mi piacerebbe andare alla domenica in chiesa”. Il mio accompagnatore se ne tornò in Italia, ma il tour fu un trionfo».

La svolta tv: fu Berlusconi a sceglierla come conduttrice?

«Ero in gara a “Premiatissima”, mancavano Gigi e Andrea e Johnny Dorelli mi chiese di raccontare un po’ di miei aneddoti. Buona parte di quell’intervento andò in onda e un dirigente mi chiamò subito per offrirmi un quiz. “Mica sono Mike Bongiorno”, fu la mia risposta. Dopo una settimana mi telefonò il Cavaliere: “signora, visto che abitiamo vicini vengo a prendere un caffè”. “Vengo io”. Inforcai la bici e dopo un chilometro arrivai da lui: immagini la faccia del maggiordomo quando mi vide arrivare con la bici. Ero decisissima a non farlo, ma ala fine dissi sì. Mio marito, incazzato, mi chiese: “ma come è questo Berlusconi?”. E io: “un bell’uomo, simpatico, canta bene, alto come me”. Io che con i tacchi sono 1,90 l’avevo visto anche alto (ride, ndr)».

Con Berlusconi siete anche vicini di casa in Sardegna: è stata a qualche festa a Porto Rotondo a Villa Certosa?

«Alla Certosa sono stata, ma mai quando c’era lui. Un paio di volte da Veronica Lario e parecchie quando era viva nonna Rosa, una donnina stupenda».

Dopo la tv Berlusconi la porta anche in politica: si è mai pentita di quella scelta?

«Ho accettato perché lo volevo io. Berlusconi mi diceva: “tu sei pazza”. Ma io lo volevo fare per mio padre, che tanti anni prima si era candidato in paese, dove tutti erano dc e comunisti. Lui era socialdemocratico, sapeva di poter contare solo su qualche decina di voti. Ma ne prese uno e basta. Si avvicinò a mia madre: “manco tu mi hai votato”. “E lei: “eh già, vado all’inferno per te”».

“Cento, cento, cento”, gridava il pubblico di “Ok, il prezzo è giusto!”. Quale è stato il suo cento più importante?

«Quello tondo tondo è quando è nata mia figlia. E poi non posso che dare cento ai miei incontri con Theodorakis, Aznavour, alle mie tre vittorie a Sanremo. E alla Sardegna, visto che sono sposata con un sardo. Sono tanti i cento della mia vita. Quasi quasi lo do anche a lei».

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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