SASSARI. La favola preferita della buonanotte erano i miti greci ma finiva quasi sempre che ad addormentarsi per primo era il papà. Lei e il fratello gemello Mattia restavano svegli a immaginare e nella loro fantasia erano Minerva e Marte, entrambe divinità della guerra, dunque gemelle come loro. Oggi lei ha scelto Minerva come nome d’elezione nel percorso di transizione iniziato a gennaio, dopo il coming out di un anno fa: «Mi chiamo così perché Minerva era anche la dea delle arti e attraverso l’arte voglio lottare politicamente e contribuire ad abbattere barriere e pregiudizi. Ma anche perché questo nome mi lega a mio fratello, verso il quale ho un affetto profondo. Lui è stato il primo al quale ho confidato di non riconoscermi nel genere maschile e per lui accettare la mia nuova identità femminile è stato naturale, forse l’aveva intuito da sempre».

Minerva Uzzau ha 22 anni, è di Sassari e vive a Volterra, dove frequenta l’ultimo anno dell’Accademia europea di manga: la laurea è a un passo, la tesi Minerva ha deciso di dedicarla a un femminicidio «un fumetto su una storia d’amore solo apparentemente normalissima di cui lui non accetta la fine. Un tema attuale, purtroppo, con tante donne vittime ogni giorno». E alla lotta contro ogni tipo di violenza, l’assenza di rispetto reciproco e a favore dell’autodeterminazione e della libera scelta Minerva è pronta a dedicare il suo futuro. Il primo passo è raccontare la sua storia, mettendoci la faccia. Lo fa con fierezza e con la fortuna di avere alle spalle una famiglia solida che l’ha sempre sostenuta, incoraggiata e risollevata durante le cadute: una mano tesa e accogliente che non tutte le persone transgender trovano in mezzo ai tanti sguardi carichi di pregiudizio e condanna. Come Cloe Bianco, la prof trans che ha deciso di farla finita qualche giorno fa in Veneto: «Non si è suicidata – dice Minerva – è stata ammazzata dalla società che l’ha abbandonata».

Essere liberi. Poche settimane fa Minerva si è collegata con la sua ex scuola, il Liceo Margherita di Castelvì di Sassari, dove si è diplomata al Linguistico internazionale, indirizzo spagnolo. È stata invitata in occasione della Giornata internazionale contro omofobia, bifobia e transfobia e ha spiegato l’importanza di introdurre nelle scuole la carriera alias, così da consentire alle persone trans di vivere più serenamente il percorso scolastico. «Io usufruisco della carriera alias all’Accademia, tutti mi chiamano con il nome d’elezione e utilizzano i pronomi nella forma giusta. Questo mi fa sentire a mio agio e mi fa affrontare con serenità il percorso che ho iniziato». La nuova vita è cominciata a novembre del 2020. Appena arrivata a Volterra, Minerva ha deciso di affrontare il disagio che sentiva dentro: «Non dormivo, provavo un tormento che non riuscivo a identificare. A poco a poco ho fatto chiarezza, collegando anche episodi che riguardavano la mia infanzia e la mia adolescenza: mi sono resa conto che l’identità femminile era la mia vera identità. È stato un percorso pesante, ci sono stati ripensamenti, insicurezze. Ma ora sto meglio. Per questo, sulla base della mia esperienza, durante l’incontro al Liceo Castelvì ho incoraggiato chi mi ascoltava a fare coming out, perché “fuori dall’armadio si sta bene” e perché la propria identità non può essere calpestata dalla società. Ma non possiamo fare finta che sia facile e che vada tutto bene».La famiglia accanto. Quando Minerva ha fatto coming out la sua famiglia le si è stretta intorno, come sempre. I genitori Roberto e Daniela, entrambi avvocati, «hanno compreso il mio disagio interiore e mi hanno accompagnato nell’avvio del percorso di transizione, così come mio fratello Mattia. So di essere fortunata perché non per tutte le persone LGBT+ è così. Ho letto nella stessa settimana la notizia di unragazzo trans a Cagliari che è stato cacciato di casa dai genitori, un altro ragazzo trans a Catania che si è suicidato e una professoressa che come lui si è tolta la vita perché dopo il coming out è stata completamente allontanata dal lavoro in aula con gli studenti e nascosta negli uffici e in segreteria. Una emarginazione alla quale non ha retto. Questa non è giustizia, è una vergogna. Io voglio impegnarmi perché queste situazioni non si verifichino più e nessuno si senta solo e abbandonato per via della sua condizione di trans. Nessuno deve avere paura di essere quello che si sente di essere e di dirlo al mondo».

Più forte delle offese. Un anno fa, era estate, Minerva passeggiava con una delle sue più care amiche nel lungomare di Alghero. «Si sono avvicinati dei ragazzi, uno di loro mi ha chiesto una sigaretta, poi mi ha detto “tu sei mezzo uomo e mezzo donna”. Poi ha fatto domande sui miei genitali e rivolto apprezzamenti pesanti verso la mia amica, del tipo “lei sì che è femmina, guarda le sue forme”. Subito dopo ha iniziato a tirarmi i capelli per vedere se avevo una parrucca e ha aggiunto “tranquillo, non abbiamo niente contro i froci”. Ci avevano bloccato la strada, per fortuna la mia amica mi ha tirata per un braccio e siamo riuscite a scappare. È stato molto brutto, ma per fortuna è l’unica aggressione fisica che ho subito. Quelle on line, sui social, sono molte di più: anche qualche giorno fa un ragazzo prima ha messo il like e poi mi ha detto che faccio schifo, che sono uno scherzo della natura. Questo è follia. Invito tutte le vittime a urlare al mondo quello che subiscono ogni giorno. Non chinate mai la testa, alzate la voce, sempre».

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