Primo Levi, a proposito dell’Olocausto, diceva che «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». “Storia di un uomo magro”, lo spettacolo di Paolo Floris, tratto dal libro di Giacomo Mameli “La ghianda è una ciliegia”, che attore e scrittore portano in tournée nelle scuole della Sardegna in questa settimana, assolve a tale compito, il dovere della conoscenza è reso oggi più urgente dalla Giornata della Memoria.

Una storia vera

«Lo spettacolo – spiega Paolo Floris, reduce dall’incontro a Buddusò con seicento studenti in vivo o collegati in streaming da Ilbono, Ozieri e Pattada – è diviso in tre parti».

All’inizio l’attore racconta i suoi ricordi di bambino, quando alla mensa nessuno voleva mangiare il minestrone e le maestre raccontavano loro la storia di Gasperino, il bambino che non mangia la minestra per quattro giorni e poi muore. «A quella storia – rivela Paolo alla platea – nessuno di noi bambini ci ha mai creduto. Io invece conosco una storia vera di un uomo magro, mica come quella di Gasperino, che poi quella non è neppure una storia, ma una filastrocca. La mia invece è una storia vera e fa così: questa è la storia di un uomo magro che veniva da un paese povero». Inizia così la storia di Vittorio Palmas, partito in guerra durante il fascismo e scampato alla morte nei campi di concentramento per due chili in più, morto a centosei anni nel suo paese natale di Perdadefogu. Nel teatro di narrazione l’attore, solo in scena, dà vita a tutti i personaggi, così Paolo Floris diventa Vittorio, Mussolini, Badoglio, Hitler che intervengono nei dialoghi. «Attraverso Vittorio racconto la storia della Seconda guerra mondiale: il fascismo, la guerra in Jugoslavia, l’8 settembre quando Vittorio è costretto a scegliere se aderire alla Repubblica di Salò o finire prigioniero in campo di concentramento. Descrivo il suo arrivo al campo, dove conosce “un tedesco buono”, il capo dell’officina dove lavora come elettricista che gli porta il pane, se no sarebbe morto di fame. Faccio degli excursus nei quali racconto qual era la vita nel campo, come morivano ebrei, omosessuali, zingari. È un racconto un po’ ingenuo perché il narratore è Paolo-bambino. Ad esempio spiego che Hitler dice sempre che gli uomini e le donne vere sono quelli alti con i capelli biondi e allora Paolo bambino si chiede perché “Questo Hitler se la prende con chi non è alto se lui è basso e ha i capelli neri?”». Nell’ultima parte dello spettacolo Giacomo Mameli legge un pezzo dal suo libro e dialoga con l’attore che torna ad essere Vittorio rientrato a Perdas. Si completa così, attraverso reading e dialogo, il gioco del teatro.“Storia di un uomo magro” è nato per caso «su sollecitazione di una mia maestra che mi chiese di scrivere qualcosa per la Giornata della Memoria e su suggerimento di Giacomo Mameli di cui avevo già letto i libri».

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Incontro con la memoria

Dietro l’elaborazione della pièce gli incontri con Vittorio Palmas a Perdas: «Aveva 103 anni, mi sono trovato in grande imbarazzo, gli ho chiesto solo se avesse fatto la guerra e alla risposta “Purtroppo” ho avuto l’impressione di essere davanti a un gigante e non ho chiesto altro. Però ho capito che la storia vera la raccontano gli antieroi come lui. La Storia prima l’ho studiata sui libri, scritta dagli studiosi, però l’ho conosciuta grazie a Vittorio e a uno zio di mia mamma, che pure lui faceva parte dell’IMI, cioè dei militari italiani che dopo l’8 settembre hanno detto no al nazifascismo ed è stato internato in un campo di prigionia in Austria: la storia l’ho imparata da loro. Quando lo stavo elaborando ho avuto la fortuna di lavorare con Ascanio Celestini che mi ha aiutato a scriverla, era per me l’occhio esterno. Stavo iniziando un anno di laboratorio con lui, c’erano tanti iscritti ma poi nessuno si proponeva per fare gli esercizi, io ero sempre il primo e così è nato lo spettacolo nello stile del teatro di narrazione di cui mi occupo maggiormente. Negli anni ho lavorato con Marco Baliani, Andrea Pennacchi, non c’è una tecnica fissata, ognuno sviluppa la sua, perché tutti sappiamo raccontare, ma loro ti tengono a braccetto e ti fanno capire come reggere spettacoli che durano più di un’ora con te da solo in scena».

I giovani e la verità

Finanziato dalla Fondazione di Sardegna perché vada nelle scuole “Storia di un uomo magro” è uno spettacolo che da cinque anni gira l’Isola ma è stato anche a Malaga in Spagna, a Parigi e a Montpellier, al Memoriale della Shoa a Milano. «Se ci chiedono lo stesso spettacolo per un attore è motivo di soddisfazione perché in teatro non esistono regole precise: o funziona o non funziona e io devo capire se ho colpito nel segno». La storia di Vittorio diventa universale spiega ancora Floris «parlo di un uomo magro che viene dalla Sardegna ed è comandato da uomini grassi. Narro la sua vicenda, prima in Jugoslavia e dopo nel campo di concentramento, senza specificare dove, perché veniva spostato a seconda di dove serviva il lavoro da Sachsenhausen a Berghen Belsen».

Alla fine dello spettacolo i ragazzi fanno domande, soprattutto a Giacomo Mameli, conclude Floris «i ragazzi sono sempre meno addentro alla storia, hanno difficoltà a orientarsi e col nuovo negazionismo, con la cultura dei social tendono a mettere in dubbio anche l’Olocausto. Bisogna lavorare sulla ricerca della verità, far capire loro che le cose sono successe realmente. Rispetto alla Giornata della Memoria molti pensano di fare il compitino, invece bisogna capire a cosa serve ricordare, per capire chi siamo e cosa possiamo diventare».
 

Fonte notizia: La Nuova Sardegna > Homepage

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